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Vinifera 2019: rivoluzione dei vini artigianale

6/4/2019

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Un incontro con produttori che condividono l'amore per la propria terra e la stessa faticosa esperienza di "viticoltura eroica".
Vinifera non è solo il tipo di vite da cui nasce la più famosa bevanda al mondo ma è anche il nome di una delle più interessanti fiere enologiche del nord Italia, con sede a Trento, dove più di 50 vignaioli provenienti da Trentino, Alto Adige, Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli, Liguria, Austria, Francia e Slovenia, si sono dati appuntamento il 24 e 25 marzo 2019, presentando in degustazione circa 200 etichette.

Un incontro con produttori provenienti da diverse zone alpine, che condividono l’amore per la propria terra, la stessa faticosa esperienza di “viticoltura eroica” e la stessa filosofia produttiva: una viticoltura artigianale fatta di passione e tanto lavoro in vigna.

Una viticoltura che è anche cura del territorio, legame profondo con le radici culturali di quelle terre, i cui panorami mozzafiato fanno da cornice a splendidi vigneti.

Durante i due giorni di presentazione la maggior parte degli espositori ha offerto in degustazione vini naturali, da viticoltura biologica e biodinamica, affiancati anche da nuovi vitigni resistenti alle malattie: i PIWI.

Una definizione precisa di vino naturale non è stata ancora definita poiché non rappresenta una categoria
merceologica. In genere è frutto di una viticoltura biologica (che esclude del tutto l’utilizzo di pesticidi di sintesi ed erbicidi) e di basso intervento in cantina: sono banditi lieviti selezionati, additivi, coadiuvanti ed ogni possibile manipolazione, mentre sono favorite le fermentazioni spontanee e bassi (o nulli) livelli di anidride solforosa.

Questi metodi portano i vignaioli a correre molti rischi, poiché il percorso è complesso e non sempre chiaro; rischi che sono pronti a correre per presentare un vino autentico e sincero.

La viticoltura alpina è costituita da un arcipelago di piccole vigne strappate alla montagna, inserite in un paesaggio di boschi, masi e piccoli paesi. 

È una forma di coltivazione che richiede sicuramente un rispetto e un’attenzione particolare per la salvaguardia della natura, cosa che ha portato molti vignaioli ad introdurre vitigni PIWI (cioè resistenti alle malattie fungine), per evitare o limitare al minimo gli interventi in vigna.

Essi trovano la loro origine negli incroci effettuati tra fine ‘800 e inizio ‘900 fra le varietà di vitis vinifera e le varietà di vite americane resistenti alle malattie fungine per combinare qualità e resistenza.

Gli incroci più recenti sono di gran lunga più complessi e si possono trovare anche specie asiatiche: quest’ultime sono il risultato di un processo di selezione in atto da diversi decenni, nel quale sono stati effettuati anche molteplici re-incroci con cultivar europee.

Ad oggi sono disponibili per la coltivazione diverse viti resistenti a bacca bianca tra cui bronner, Solaris, souvigner gris, johanniter e le varietà a bacca rossa cabernet cortis, cabernet carbon e regent.

Molti sono d’accordo sul fatto che il futuro dei vitigni resistenti in montagna non sarà quello di sostituire i vitigni autoctoni, ma di affiancarli a pari importanza, per andare nella direzione di una viticoltura più sostenibile a livello ambientale.

Intervista Patrick Uccelli, azienda Dornach

Qual’è la sua idea di vino naturale?

Possiamo vederla solo come idea perché non è stata ancora definito il concetto di vino naturale. In ogni caso per me, un vino naturale parte da una viticoltura priva di erbicidi, diserbanti e concimi minerali per arrivare ad un’assenza di manipolazioni in cantina, per cui non utilizzo lieviti selezionati, additivi chimici, coadiuvanti ed altre tecniche che modificano il naturale processo di genesi del vino.

Che impatto ha questa tecnica sulla salute del vigneto e del vignaiolo?

Di sicuro è da vedere in maniera positiva, poiché l’assenza di trattamenti chimici in vigna è una buona cosa per la salute delle persone che in essa passano il proprio tempo. Tuttavia, il vignaiolo deve essere molto bravo a gestire il proprio terreno poiché, oltre allo zolfo, si utilizza, seppur in minime quantità, anche il rame, sostanza che viene complessata solo se il viticoltore ha lavorato in modo da incrementare il più possibile la sostanza organica (humus) presente nel terreno. Per cui non basta bandire i prodotti chimici dalla vigna, bisogna lavorare in modo da ottenere un suolo molto attivo e in salute.

Questa filosofia produttiva messa in confronto alle pratiche “canoniche” ha una marcia in più nel riflettere il terroir?

Con terroir intendo l’aspetto pedologico e topografico della vigna, unito al microclima della zona, al tipo di lavorazione e alla personalità del produttore. Non me la sento di dire che chi lavora in una certa maniera valorizza di più il terroir poiché ho incontrato vini “piatti” provenienti sia da viticoltura naturale che non. Tuttavia, è ovvio che nel momento in cui non uso manipolazioni sull’acidità, tannino, alcool etc. i vini hanno un’espressione più autentica.

Un commento su Vinifera 2019?

È il secondo anno che partecipo e sono molto contento che qualcuno si sia preso l’impegno di far conoscere i volti e le storie dei piccoli artigiani viticoltori, rivelando un panorama molto ricco e variegato. Enorme è stata l’importanza di questa fiera nel rivelare un’altra faccia della viticoltura alpina, offrendo un palcoscenico per dire: “Guardate! Ci siamo anche noi!”

A cura di Alexandros Chatziplis.
© Gente in Movimento - riproduzione riservata

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