che non sono mai esistiti nella realtà.
Quanta nostalgia per quei fotografi e pittori seri, taciturni e ricchi di umiltà della mia generazione, dove lo scatto non era” risolutivo”, ma conteneva la misteriosa potenzialità del “non finito”, introduceva la riflessione d’arte che segue la preparazione artigiana. Perché la fotografia si manifestava in due tempi: la ripresa certo, ma poi il lavoro in camera oscura, all’ingranditore, con il gioco delle mani sotto le lenti che calibravano, pesavano la luce, la orientavano e la ammorbidivano finché la bacinella degli acidi rivelava il lavoro compiuto. Era un’arte che i fotografi affinavano personalmente e che ci ha dato le grandi fotografie del Trentino e di altre regioni che conosciamo, fino alla fine degli anni Settanta. Poi tutto è stato travolto.
Anche nella pittura di Gino Castelli, pittore novantacinquenne, una delle figure di maggior spicco dell’arte trentina del secondo Novecento appare questa inquietudine eppure egli, attraverso la pittura, ci mostra che altri mondi sono possibili, e che non sono mondi astratti, o statici, bensì sono mondi reali.
Lo conferma il vento che anima i paesaggi, quella brezza che si ferma nelle piazzette veneziane, e che non si sa ancora se siano il soffio dello spirito che salverà il mondo o il vento della rabbia che piegherà le sue ingiustizie. Sta in questo interrogativo ancora senza risposta il fascino e l’inquietudine di Gino Castelli. Maurizia Tazartes, critica nazionale importante, definisce la pittura dell’artista trentino brillante, originale, raffinata. Paesaggi e figure morte realizzate con tecnica sapiente, non rappresentano solo la bellezza fisica delle cose, ma la loro anima. Ogni dipinto è un ricordo, un racconto, un’emozione vissuta. Le case senza finestre a simboleggiare la riservatezza di un popolo mentre fuori casa esplode un mondo di colori.
Non diversa la sensibilità del fotografo che rivela attraverso le immagini il respiro dei boschi trentini, il rumore del vento e dei ruscelli. Scruta la vita semplice dei contadini, i panni al sole, le donne, tutte con grandi occhi sono meditazioni che accomunano pittore e fotografo immortalando sulla tela o su carta paesaggi innevati nel tramonto della sera.
Sogni e ricordi trasformano la realtà in un realismo magico. Artisti che hanno assaporato le sofferenze della vita, le ambiguità dell’esistenza, tra illusioni e delusioni, espressi con malinconia e amarezza in quei burattini, pagliacci arlecchini, specchio di una umanità in bilico nella pittura di Gino Castelli e nel fotografo che scrive.